Aumentare le tasse sulle plusvalenze è davvero una scelta di equità sociale? | Elly Schlein vuole aumentare il 26% di tasse sui profitti
Introduzione articolo
In Italia si discute spesso della disparità tra le imposte applicate al reddito da lavoro e quelle relative alle plusvalenze finanziarie.
La Schlein ha riportato questo argomento sotto le luci dei riflettori: “Come è possibile avere un paese che tassa di più i lavoratori, i dipendenti, i pensionati e pure le imprese rispetto alle rendite?
Le rendite finanziarie sono tassate al 26%, i lavoratori sono tassati oltre il 40%…”.
A primo impatto il ragionamento non fa una piega, ma ad una valutazione più approfondita richiede l’esame delle dinamiche macroeconomiche, della natura dei capitali e dell’impatto sul ceto medio.
L’attuale aliquota lineare del 26% sul capital gain rappresenta un punto di equilibrio complesso.
Ha senso aumentarlo?

Il principio della doppia tassazione e il rischio d'impresa
Le plusvalenze finanziarie non sono un privilegio calato dall’alto.
Sono il frutto di un capitale che ha già subito il pagamento delle tasse (attraverso l’IRPEF sul lavoro o l’imposta sui redditi d’impresa).
Il capitale che va a generare queste plusvalenze quindi ha già subito una tassazione, come dice la Schlein, di “oltre il 40%”.
Inoltre, a differenza del reddito da lavoro, il guadagno finanziario sconta una componente di rischio totalmente a carico del risparmiatore, senza alcuna garanzia di rendimento minimo.
Riassumento la situazione attuale: io investo un capitale già pesantemente tassato, mi prendo il 100% dei rischi e devo lasciare il 26% degli eventuali guadagni allo stato.

La linearità dell'aliquota e l'impatto sul ceto medio
L’imposta sul capital gain in Italia non è progressiva, ma proporzionale.
Un eventuale incremento della soglia del 26% colpirebbe in modo identico i grandi patrimoni e i piccoli risparmiatori.
Questo aspetto diventa cruciale se si osserva la composizione del risparmio privato.
I grandi patrimoni dispongono spesso di veicoli societari o di strutture che permettono di ottimizzare il carico fiscale secondo le normative vigenti, motivo per cui un’imposta progressiva non è facilmente applicabile senza che questi patrimoni trovino alternative.
Un aumento dell’aliquota del 26% finirebbe quindi per gravare prevalentemente sul ceto medio (come i fondi accantonati dalle famiglie per l’istruzione dei figli o per l’integrazione previdenziale) riducendo l’efficacia dell’interesse composto nel lungo periodo, mentre i grandi patrimoni potrebbero facilmente fluire verso paesi con una fiscalità più conveniente.
Le anomalie delle tasse sugli investimenti in Italia
Nel sistema fiscale italiano esiste una marcata differenza di trattamento tra gli investimenti privati (azionario, societario, ETF) e i titoli di Stato (come i BTP).
L’articolo 47 della Costituzione dice: “La Repubblica incoraggia e tutela il risparmio in tutte le sue forme; disciplina, coordina e controlla l’esercizio del credito.
Favorisce l’accesso del risparmio popolare alla proprietà dell’abitazione, alla proprietà diretta coltivatrice e al diretto e indiretto investimento azionario nei grandi complessi produttivi del Paese.”
Poi però il debito italiano è tassato al 12,5%, l’investimento in asset produttivi è tassato al 26%.
Se da un lato questa agevolazione nasce per facilitare il collocamento del debito pubblico nazionale, dall’altro crea una evidente distorsione nell’allocazione efficiente dei capitali. Penalizzare fiscalmente gli investimenti nell’economia reale (al 26%) rispetto al debito pubblico (al 12,50%) disincentiva il sostegno diretto alle imprese e al tessuto produttivo.
Le distorsioni della fiscalità italiana sugli investimenti
Come se non bastasse sul risparmio privato non c’è solo l’imposta sui guadagni realizzati, ma anche l’imposta di bollo del 0,20% annuo sul valore complessivo delle attività finanziarie. Questa imposta è a tutti gli effetti una vera e propria tassa patrimoniale.
La sua natura è particolarmente rigida poiché colpisce lo stock di ricchezza investito su base annuale, indipendentemente dal fatto che i mercati abbiano generato un profitto o una perdita.
In anni di mercato ribassista, l’investitore si trova a subire una duplice penalizzazione: la riduzione del capitale a causa della volatilità e il prelievo fiscale forzoso dello 0,20%.
Oltretutto il primo obiettivo di ogni investitore è proteggersi dall’inflazione:
- se l’inflazione è al 2% io ho bisogno di guadagnare almeno il 2% per non perdere potere d’acquisto
- ma in realtà il 2% non basta, perché su quel 2% di guadagno pago le imposte sulle plusvalenze e sul capitale complessivo pago lo 0,2%
La competitività internazionale e la mobilità dei capitali
Nel contesto finanziario globale, la stabilità e l’attrattività fiscale di un Paese sono variabili competitive fondamentali.
I capitali privati possiedono un’elevata mobilità e tendono a orientarsi verso giurisdizioni che offrono tutele e regimi fiscali favorevoli (come i contesti europei in cui l’imposta sulle plusvalenze per i privati è assente o fortemente agevolata).
Il rischio concreto di un inasprimento fiscale sui rendimenti è duplice:
- da un lato si disincentiva il risparmio e l’investimento, indispensabili per un futuro in cui la pensione pubblica arriverà sempre più tardi e sarà sempre più scarsa
- dall’altro si incentiva il fenomeno del trasferimento della residenza fiscale da parte dei risparmiatori nella fase di decumulo del patrimonio.
Dopo 40 anni di PAC da 500€ al mese ho il mio 1.200.000€, ma se resto in Italia devo pagare oltre 200.000€ di tasse (non sono numeri buttati a caso, puoi fare i tuoi test con il simulatore PAC).
Non bastano?
Vogliamo fare 500.000€?
E perché non dovrei trasferirmi in Croazia, in cui sugli investimenti detenuti per almeno due anni non pago imposte sul capital gain?
Questo scenario comporterebbe per lo Stato non solo un mancato gettito fiscale, ma anche una perdita in termini di consumi sul territorio.

Il ruolo del risparmio nella previdenza moderna
In una fase storica caratterizzata da forti tensioni demografiche e da una conseguente pressione sul sistema previdenziale pubblico, la pianificazione finanziaria privata non rappresenta un privilegio, ma una necessità.
La costruzione di un portafoglio finanziario efficiente permette ai cittadini di tutelare il proprio potere d’acquisto e stabilità futura.
La politica fiscale dovrebbe bilanciare le esigenze di cassa dello Stato con la necessità di incentivare e proteggere i comportamenti virtuosi di risparmio e investimento di lungo termine, non penalizzare chi pensa al proprio futuro in un contesto in cui il welfare pubblico è tutt’altro che qualcosa su cui contare.

Chi sono
Matteo Foti - Consulente Finanziario
Aiuto dirigenti, piccoli imprenditori, famiglie e giovani professionisti a gestire al meglio il proprio patrimonio.
Sono un consulente finanziario abilitato e sono l’autore del libro “Consapevole – prendi il controllo sui tuoi soldi”.
Come partner per offrire il meglio ai miei clienti ho scelto Fineco Private Banking.
- Laurea in economia bancaria, finanziaria e assicurativa all’Università degli Studi di Milano-Bicocca
- Autore del libro Consapevole – prendi il controllo sui tuoi soldi
- Consulente finanziario Fineco abilitato, regolarmente iscritto all’Albo OCF
- Oltre 2 anni di esperienza in un gruppo leader mondiale nella gestione dei rischi complessi (assicurazione di multinazionali e riassicurazione, ossia assicurare altre compagnie di assicurazioni)
- Divulgazione nelle aziende su pianificazione finanziaria e pensionistica per dipendenti e soci
- Divulgazione delle basi dell’investimento da oltre 5 anni tra LinkedIn, YouTube, eventi locali e altri social
- Pianificazione basata su trasparenza e consapevolezza: niente costi nascosti (se “non stai pagando” il tuo consulente finanziario richiedi una diagnosi gratuita dei tuoi investimenti) e niente paroloni per rendere la gestione dei tuoi risparmi più complessa di quanto non lo sia già
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